WOLF’S RAIN DVD 10

Possono un lupo e un fiore amarsi e cercare il luogo in cui potersi amare, senza mai trovarlo perché questo luogo non esiste; morire e rinascere e incontrarsi di nuovo perché sono destinati, perché finalmente hanno la stessa forma e il mondo è il luogo in cui possono amarsi?
Signori la risposta è SI.

Non ve lo posso racconatre. è troppo doloroso, ma è semplicemente stupendo. un capolavoro. La serie più bella e più intensa che io abbia mai visto.

HO PERSO LE PAROLE

Ho bisogno di un titolo per il cap 5. Qualcosa che abbia a che fare con la meccanica, gli ingranaggi, gli orologi, qualcosa di perfetto, di preciso… Oppure i motori, la forza motrice…
Dunque: 01 era GABBIE, che sono quella di lei, che è tutta emotiva, e quella di lui che invece è reale, lui dalla Siberia non se ne può andare – 02 era PREDATORI, che sono i sicari dell’AGC, ma anche loro che si difendono – 03 era PRIGIONIERI, riferito solo in parte a Sergj e Misha, perché i prigionieri a cui mi riferivo sono legati al discorso di Alex e poi a lei che è prigioniera del passato – 04 era MIGRAZIONI, non tanto perché Alex e Ania partono, ma perché c’è qualcosa che si sposta in questo cap, e infine il cap 06 che intitolerà CARDELLINI, perché sono rumorosi e operosi (o almeno lo sono nella mia fantasia).
Ma il cap 05? il viaggio, lo spostamento, il tempo che scorre… Il contrasto, il conflitto…
Aiuto… Ce l’ho, da qualche parte nella mia testa c’è quella parola che riassume tutto, ma proprio non mi viene!

UNA GIORNATA DA DELIRIO, UN DELIRIO DI GIORNATA

La mattinata in realtà è stata abbastanza tranquilla, ho scritto per lo più. Poi vado a prendere il treno… e nei quattro sedili oltre quelli in cui mi son seduta c’è un signore diciamo arabo, tanto per intenderci. Ebbene, voi dovete sapere che io in treno non è che tengo il volume delle cuffie a un livello normale, no al massimo perché in treno c’è sempre troppo casino e io voglio pensare ai fatti miei. Eppure sto qua riuscivo a sentirlo: batteva il coperchio della spazzatura come se fosse un tamburo e cantava, non canticchiava, cantava ad alta voce… tanto nessuno capiva. Gallarate-Rho con i miei poveri Imogen disturbati da questo tizio.
Prendo la metro, prendo il tram, vado a lezione… ci spostiamo, io e le mie compagne, in un posto diverso dal solito: non lo avessimo mai fatto. Dietro di me due oche: chi? Cosa? Può ripetere?
Non capiva un tubo di quello che la prof spiegava, volevano scr tutto e le chiedevano i nomi dei filosofi che tanto due secondi dopo si potevano comodamente leggere sulle diapositive. E pretendevano che lei ripetesse pari pari i ragionamenti. Che palle!!!
Vabbè, saliamo sul tram, facciamo sì e no 150 metri: INCIDENTE. No, non noi col tram, ma un tizio aveva fatto un incidente e c’era il furgoncino proprio bello piazzato sulle rotaie, così noi bloccati. Non so se avete presente, ma i binari del tram sono belle piazzati in mezzo alla strada: a sinistra le macchine non potevano passare, ma a destra sì, anche perché poco più avanti c’è un distributore col parcheggio bello ampio e aggiravano il semaforo. A un certo punto da dietro arriva un pullman: non passerà mica? E invece il pazzo passa, tocca il tram con lo specchietto, ma non si arrende, apre il finestrino, fa rientrare lo specchietto e va avanti, ci supera e prosegue per la sua strada. Ok, il tempo passa, noi abbiamo tutte e tre dei treni da prendere. Che facciamo? Comincia la lista delle possibilità per arrivare alla più vicina stazione della metro (il posto dove ero a far lezione è come si dice in culo ai lupi). Prendiamo una decisione, scendiamo e il tizio dell’incidente risale in auto. Di corsa di nuovo sul tram.
Arrivo finalmente sul treno, mi siedo, attacco le mie cuffiette a volume massimo… dietro di me si siede un tizio: MILANO-GALLARATE telefonata di lavoro non stop!!! Parlava di robe di tasse, cose finanziarie… cavolo, ma erano le 19.00, dico le 19.00, stacca e dì al coglione dall’altra parte che ne riparlate domani in ufficio. No, tutto il viaggio con questo che ad alta voce, nelle mie orecchie diceva: no a pagina 11…a pagina 19… s guardi qui…se calcoli di là.
A parte che il coglione dall’altra parte alla frase “ho perso il treno” e “sono sul treno” avrebbe dovuto capire, ma vabbè…
Insomma sto qua s’è fatto tutto il viaggio così, ma il momento migliore è stato quando GLI è SQUILLSTO UN SECONDO CELLULARE e lui….HA RISPOSTO!!! Dio!!! Ma non rispondere idiota, già stai a parlà con uno che vuole sapere di come si salva il mondo, ma tu non hai i moduli, almeno all’altro telefono non rispondere. E io non lo vedevo, ma me lo immaginavo con due telefoni alle orecchie e mi scappava da ridere, ma non potevo perché avevo una signora che leggeva di fronte a me…
Che roba! Poi a gallarate si alza… io pure, lo guardo e mi trattengo miracolosamente dal ridere, dell’IRAP e dell’IRPEF; ovviamente non di lui che non sapeva cosa dire all’altro perché “sono le 20.00 mi scoccia chiamarlo adesso”. E lui aveva in una mano 3000 pacchetti dei negozi di via Monte Napoleone, tipo Todd’s, Prada e simili, incastrato tra l’orecchia e la spalla il cellulare e con l’altra mano voleva aprire la porta del treno.
Voi direte: gli avrai dato una mano.
No. Ho aspettato che aprisse la porta.
Cmq io sono scesa dal treno, sono uscita dalla stazione, ho attraversato la strada…lui pure e stava ancora parlando al telefono.
Un pazzo!!!

I CONSIGLI DI ZIA SAM

Accidenti! Davvero senza Sam che butta lì le domande, così, non so cosa farei. L’altro giorno mi lascia un “o no?” relativo al fatto che Andrej abbia più o meno chiuso la storia con la sua ex (il che a scatenato l’ideazione di una scenetta divertente, ma anche importante per capire alcune cose di lui e di quello che accadrà a un certo punto della storia) e questa mattina mi scrive “pensa se gli si bucasse una gomma”. Io ci penso, mi metto le mani nei capelli, abbandono l’idea perché vedo già sangue sull’asfalto, ma l’idea non mi lascia, non vuole lasciarmi, non mi abbandona…così ci ragiono durante l’ora di storia e della stampa e continuo a pensarci durante il corso di scrittura. Per la miseria, l’idea è dannatamente buona! Sì, perché avevo bisogno di movimentare il cap (scambio forzato di aiuto e sosta in hotel di terz’ordine a parte), ma spt perché non incontrando “pericoli” l’azione deve nascere da loro due che viaggiano. E così ho continuato a pensare e a pensare, e la scena si è creta da sé nella mia testa (premetto: nessuno dei due ha la più pallida idea di come si cambi una gomma, quindi io ho passato il giorno a domandarmi cosa avrebbero fatto in una situazione del genere e come ne sarebbero usciti, anche perché nemmeno a farlo apposta – ma è la telepatia mia e di Sam che torna a funzionare – poco prima di partire discutono dell’eventualità che si buchi una gomma!) ed fantastica perché mi serve benissimo per spiegare il rapporto tra Dani e la sua natura prima dell’ingresso di Sergj sulla scena.

Grazie SAM! Super fantastica Sam!

Con tutto questo non voglio sminuire affatto i consigli di KHOR che mi ha buttato lì anche lei un paio di idee assolutamente geniali! GRAZIE ANCHE A TE!

EVVIVA LE MIE SOCIE!

NEOLOGISMI

Kalostissimo

Piovrare

Rotondeggiare, verbo transitivo/intrnsitivo, passivo/attivo, col significato di “fare una rotonda”, cioè o costruire materialmente una rotonda oppure immettersi in una rotonda con un mezzo di locomozione. A proprosito di rotonde: uovonda, rotonda a forma di uovo (giuro che l’ho vista con questi occhi), e peronda, rotonda a forma di pera (vista anche questa).

Oh, cavolo, non me ne vengono in mente altri, ma rimedierò.

HO BISOGNO DI UNA CURA DI FOSFORO

Decisamente. Mi capita sempre più spesso di scrivere mentalmente delle scene, spt dei dialoghi, perfetti e di dimenticarli quando mi trovo di fronte al foglio bianco. Ieri, dopo aver visto Gaia, sono stata fino alle 3.00 a lavorare sul cap3, ma non c’è stato verso, non sono riuscita a farlo venire come volevo. Oggi ero decisa ad affrontare la sistemazione del cap17 di M&O, ma ho dovuto rinunciare (un pò perchè il cambio dell’ora mi ha sballato tutti i bioritmi: mi sono alzata a mezzogiorno – cosa che non faccio mai – e ho mangiato alle 14.00). Ho passato il pomeriggio a imprecare contro quel cap che non voleva assumere la profondità di quando l’ho pensato, l’ho letto e riletto. L’ho ripensato. Ho provato di tutto, ma nulla: quei dialoghi continuano a farmi schifo. Ho riletto tutta la scheda di Dani per vedere se riuscivo a cavare il classico ragno dal buco, ma nulla. Se mi aveste parlato nell’orecchio oggi avreste sentito l’eco. Che palle!!! Basta, adesso cazzeggio per un pò e magari stanotte faccio altro… dormire magari, visto che domani alle 6.00 mi devo alzare. Ma quanto ci scommettete che l’idea giusta mi verrà domani sul treno quando non potrò scriverla?

HO UN PROBLEMA DI CRIPTONITE

Cioè non so qual’è la criptonite del mio personaggio. Comincio a capire meglio i problemi di Sam nel decidere come "far male" a un personaggio che è apparentemente inattaccabile. Intendiamoci, Dani ha un punto debole, un punto debole che riassume simbolicamente tutte le sue debolezze, ed emotivamente è sull’orlo di un precipizio, cioè se volessi farla andare fuori di testa mi basterebbe darle una spintarella in un paio di direzioni. Ma no, quello che serve a me, adesso subito per il cap2, ma spt più avanti… e sempre di più sarà così… è un modo per far del male fisicamente a una che non può essere uccisa e non può essere ferita, come la porto allo stremo delle forze se questa è "invulnerabile"? Insomma, mi manca la criptonite.

Tutti gli altri personaggi, paradossalmente, sono meno "resistenti" dal punto di vista "fisico", ma più forti psicologicamente. Cioè non ci vuole niente a far del male a Sergj o ad Andrej (anche se Sergj tanto a posto mentalmente non lo è, e infatti mi divertirò a distruggerlo su più fronti), ma psicologicamente è più arduo farli crollare. Lei il contrario.

CAP 16

Khalil e Miriam persero subito di vista Helmi e Fares e cominciarono a scrutare tra le dune sperando di intravedere qualche traccia della presenza di Omar, ma il deserto durante la tempesta sembrava aver inghiottito qualsiasi cosa. Miriam guardava quelle onde e si sentiva sommergere da esse, più il suo sguardo si perdeva all’orizzonte più cresceva in lei un senso di inquietudine. Strinse i pugni, contorcendo le redini con forza e cercò di cancellare la paura dal suo animo.

- Vedrai che lo troveremo – la consolò Khalil, notando il suo nervosismo. – Non è la prima volta che Omar combatte contro un Drago delle Sabbie. Anche io sono sicuro che se n’è sbarazzato e adesso sta aspettando che lo troviamo per potersi gloriare del suo coraggio – le disse, sforzandosi di sorridere.

- Che cosa faremo se invece lo hanno preso o se… – Le parole non riuscirono a uscire dalle sue labbra, ma lo sguardo spaventato con cui fissò Khalil fu più eloquente di ciò che non sarebbe mai riuscita a dire.

Il giovane scosse il capo. – Non può essere morto per così poco – rispose con stizza. – Lui non può in alcun modo essersi fatto ammazzare. No, si è sicuramente salvato.

Miriam rimase per qualche istante interdetta dalla forza con cui Khalil scacciava un’eventualità che, invece, avrebbero dovuto prendere in seria considerazione. Tuttavia non voleva aggravare la tensione del giovane e, del resto, lei stessa non voleva credere che Omar si fosse lasciato uccidere dal Deshmodas, quindi annuì e colpì il costato di Siham per invitarla ad arrampicarsi sul fianco di una duna.

Khalil si fermò guardando un punto tra le poco più avanti e un attimo dopo smontò da cavallo. – Sbrigati, vieni via! – disse a Miriam, mentre scendeva nella sabbia cercando con lo sguardo vigile un posto più riparato.

- Ma che ti prende? – sbottò Miriam.

- Uomini di Jabbar – sussurrò Khalil, una volta che anche Miriam fu scesa da cavallo e si fu messa al riparo accanto a lui. Fece sdraiare nella sabbia anche Siham e il suo cavallo, poi si avvicinò a Miriam guardandola. Lei si morsicò un labbro e rimase stesa come le aveva ordinato Khalil, mentre i soldati si avvicinavano movendosi in modo disordinato.

- Cosa staranno facendo? – sussurrò.

Khalil scosse il capo, poi si portò un dito alle labbra per intimale di fare silenzio.

- Lo vedi? – chiese un soldato. La cui voce era distante e udibile con un certo sforzo, ma abbastanza chiara da permettere a Miriam e Khalil di distinguere quel che diceva

- No – rispose l’altro. – Da nessuna parte.

- Potrebbe esserselo mangiato e adesso si è nascosto per fare un riposino – disse un terzo.

Miriam rabbrividì, comprendendo che stavano parlando del Deshmodas e di Omar; fece per muoversi, ma Khalil le afferrò un braccio, immobilizzandola e facendole cenno col capo che era meglio restare dov’era.

- Non mi pare che gli animaletti dell’Incantatore siano disubbidienti – disse il primo soldato. – Forse quel bastardo è riuscito a liberarsi.

- Lo avevo detto ad Ahad che era meglio ordinare al Deshmodas di farlo fuori subito – sbottò il secondo.

- Taci stupido! – lo rimproverò l’altro. – Il capitano vuole portare personalmente la testa del predone al nostro signore.

Il compagno sputò. – Io dico quello che mi pare, tanto se la prenderà con noi lo stesso se non lo troviamo.

I soldati si allontanarono. Miriam si alzò e guardò Khalil con aria speranzosa. – È riuscito a fuggire.

- Sì, ma adesso dobbiamo trovarlo – rispose il giovane alzandosi a sua volta e obbligando i cavalli a fare lo stesso.

Proseguirono le ricerche in silenzio, Khalil attento a non farsi sfuggire l’eventuale presenza di altri uomini del sultano e Miriam concentrata sulla sabbia, tutta tesa nello sforzo di intravedere qualcosa di anomalo. Ma, a causa degli scarsi risultati, dopo qualche tempo la fiducia riaccesa dalla conversazione dei soldati andò man mano scemando, finché Miriam notò una macchia scura che si confondeva con l’ombra della montagna di sabbia che stavano costeggiando: nel declivio c’era qualcosa. Il corpo di Omar era coperto fino al busto dalla sabbia; lui sembrava del tutto immobile e tutto attorno a lui si era creata una macchia di sangue rappreso. Miriam smontò da cavallo e si lasciò scivolare per terra fino a raggiungere il fondo dell’avvallamento. – Khalil, sbrigati, l’ho trovato – chiamò a bassa voce, cercando di attirare l’attenzione di Khalil che era rimasto indietro, sbracciandosi in silenzio e controllando che non i soldati non si fossero avvicinati troppo in modo da sentirla.

Inginocchiandosi accanto a Omar, appoggiò una mano al suo viso per controllare che respirasse e solo quando sentì il fiato sfiorarle la pelle si concesse un lieve sorriso. Non sapeva però come tirare Omar fuori dalla sabbia, perché su entrambe le spalle erano evidenti i segni degli artigli del Deshmodas e temeva che il minimo movimento gli avrebbe fatto perdere altro sangue.

Omar tossì e gemette di dolore, spostando una mano sulla sabbia. Miriam gliela strinse prontamente e lo chiamò con insistenza, cercando di svegliarlo del tutto, mentre Khalil la raggiungeva. L’uomo riaprì gli occhi e sbatté le palpebre sorpreso. – Miriam – mormorò.

- Sì, sono io – rispose lei, piegando appena le labbra – Respiri a fatica. Togliti il velo, è pieno di sabbia.

Lui tossì di nuovo, aggrottando la fronte in una smorfia di dolore, ma fermò la mano della donna. – No, Miriam, no, va bene così.

Lei non fece in tempo a obbiettare, perché Khalil li raggiunse. – Che cosa ti è successo? – domandò, scavando nella sabbia per liberare il corpo dell’amico. – Farsi catturare da uno di quei mostri. Sei un pazzo irresponsabile.

- Ah, grazie per il conforto – protestò Omar, mentre Khalil e Miriam lo prendevano delicatamente da sotto le ascelle e lo estraevano dalla sabbia.

- Ce la fai a camminare? – domandò Miriam, mettendosi un braccio di Omar attorno alle spalle, mentre Khalil faceva lo stesso con l’altro.

- Sono ferito, ma non ancora moribondo – rispose l’uomo.

Risalirono il fianco della duna e Miriam notò le espressioni di fatica e di dolore che Omar cercava di dominare: una fitta di pena le attraversò tutto il corpo. Avvertì che qualcosa di umido le scivolava lungo il fianco: la spalla di Omar aveva ricominciato a sanguinare e lei si morsicò un labbro, aumentando l’andatura.

- Hai bisogno di cure – gli disse.

- Sono stato peggio – rispose lui.

Miriam si indispettì e strinse la mano che gli teneva per sorreggerlo. – Hai fretta di morire per incontrare le cento vergini che ti aspettano in paradiso?

- Miriam ha ragione – rincarò Khalil, – queste ferite possono essere gravi.

Quando raggiunsero la cima della dune videro che Fares e Helmi venivano loro incontro portandosi dietro Uday. – Lo abbiamo trovato non lontano da qui – disse Fares. – Ma che cosa…? – proruppe, vedendo i vestiti di Omar laceri e sporchi di sangue.

Miriam gli lanciò un’occhiata decisa. – A che distanza è la prossima oasi?

- Non ce n’è – rispose Fares, allarmato dal tono d’urgenza e di comando nella voce della giovane. – La prossima oasi è Hadiya.

- Non importa – tagliò corto Miriam. – Tornate indietro, fate montare una tenda e preparatemi due contenitori d’acqua. Avete con voi dell’aceto?

- Sì – rispose Helmi.

- Benissimo, versatelo in uno dei contenitori, disinfetterà le ferite. E raccogliete tutto quello che può essere usato come benda – disse. – Andate, presto.

I due uomini si inchinarono e girarono i cavalli nella direzione verso cui erano venuti.

Omar guardò Miriam di sottecchi. – Non possiamo fermarci. Potrebbero tornare e…

- Non possiamo nemmeno proseguire finché tu non sarai stato medicato – lo rimproverò lei.

Khalil sorrise. – Smettila di fare il bambino e lascia fare a noi.

Omar si sforzò di piegare le labbra in un sorriso scherzoso – Se tu fossi al posto mio, non proveresti a fare l’impossibile per cercare di salvarti dalle sue cure?

Miriam spostò rapidamente lo sguardo su di lui, mettendo il broncio e lottando contro la tentazione di lasciargli le braccia e farlo cadere, ma non disse nulla, sentendosi sollevata dal fatto che lui riuscisse ancora ad avere la battuta pronta – Non sta così male, dopotutto – pensò.

Khalil aiutò l’amico a montare a cavallo, legò Uday alla propria sella e montò dietro Omar cercando di sostenerlo. – Questa volta hai davvero rischiato grosso, lo sai?

Khalil chiuse la tenda alle sue spalle e si sedette in un angolo, pronto ad aiutare Miriam qualora il paziente si fosse rivelato troppo capriccioso, mentre fuori tutti i predoni si erano radunati e si muovevano nervosamente tre i cavalli, cercando invano qualcosa da fare. Helmi camminava come un leone in gabbia a pochi passi dalla tenda, mentre Rani perdeva il suo tempo controllando Husam e pulendo il suo pugnale, anche Fahd e Hamza lucidavano le armi, senza accorgersi che stavano strofinando sempre nello stesso punto. Fares controllava e ricontrollava i cavalli, mentre Nashay, seduto sopra il bagaglio tolto dalla schiena dei cammelli fissava la sabbia con aria sconsolata.

Miriam intanto si era preparata a curare Omar, sfilandosi il velo, raccogliendo i capelli e si era rimboccandosi le maniche.

- È una fortuna che il Deshmodas non avesse ordine di ucciderti – gli disse, avvicinandosi e controllando che la stoffa del mantello di Omar non si fosse attaccata alla ferita. – Se così fosse stato avrebbe affondato gli artigli molto più in profondità e saresti morto dissanguato in pochi minuti – Gli sfilò il mantello con cautela, rabbrividendo nel vedere che la camicia e la sabbia avevano formato un tutt’uno con il sangue rappreso sulle spalle e sul petto, dove le unghie della bestia avevano lacerato la pelle e i muscoli. – Sarebbe meglio se ti togliessi questo dannato velo – gli disse, alzando lo sguardo per incrociare i suoi occhi.

- Non è possibile – rispose Omar.

- Ma è pieno di sabbia – protestò Miriam. – E potrai respirare meglio. Inoltre mi permetterebbe di lavorare con più facilità.

Omar sollevò un sopracciglio. – Ma sei davvero sicura di sapere quello che fai?

- Le serve della casa di mio padre mi hanno insegnato a prendermi cura degli stupidi come te – sentenziò lei. – Ora togliti il velo.

- Non posso – ribadì lui. – Sarebbe troppo pericoloso. Se venissi catturata, non conoscendo il mio aspetto, non saresti costretta a mentire.

Miriam sbuffò esasperata. – Khalil però ti ha visto in faccia!

- Khalil mi conosce dall’infanzia, non può certo dimenticare il mio volto – rispose lui.

Miriam si arrese. – Fai come ti pare – Lentamente cominciò a staccare la stoffa della camicia, ormai completamente rossa, dalla pelle di Omar. Lui tratteneva a stento gemiti di dolore, ma la giovane non si lasciò scoraggiare e, a poco a poco, liberò le ferite riuscendo a sfilare con delicatezza la camicia del predone. Il sangue però aveva ripreso a scendere e c’era ancora molta sabbia su di lui.

Miriam immerse un pezzo di stoffa nel catino con acqua e aceto che le avevano preparato e guardò Omar. – Brucerà un po’, ma è necessario per pulire le ferite.

- Non sarà un po’ d’aceto a… Ah! – Omar lanciò un grido appena il panno bagnato toccò la sua pelle.

- Ti avevo avvisato – lo rimproverò Miriam.

Khalil si mise a ridere senza ritegno, guardando Miriam che cercava di medicare Omar e lui che si agitava come un’anguilla cercando di sfuggire a quella tortura.

- Avanti, questa mi sembra la giusta punizione – disse.

Omar si distrasse per lanciargli un’occhiata torva e Miriam riuscì ad appoggiare sul suo petto il panno umido, facendogli stringere gli occhi e trattenere un altro grido per il bruciore.

- Sei stato troppo sconsiderato questa volta – disse Khalil.

Omar sembrava essersi placato, la sua attenzione ora era completamente concentrata su Khalil, benché continuasse a mugugnare ogni volta che Miriam avvicinava il panno.

Lo sguardo del giovane era serio, come forse Miriam non lo aveva mai visto, e anche la sua voce rivelava una viva apprensione. – Non dovresti esporti in questo modo. Non so più come dirtelo, ormai. Cosa accadrebbe se tu dovessi morire? – Khalil notò lo sguardo di Miriam fissò su di sé e lo fuggì. – Che ne sarebbe della ribellione? Devi smetterla di correre questi rischi inutili!

Omar scosse il capo. – Sembri mia madre!

- No! Tua madre ti avrebbe schiaffeggiato – lo redarguì il giovane, non riuscendo a nascondere l’ira.

Miriam fece scorrere lo sguardo dall’uno all’altro, sentendosi un elemento estraneo nel silenzio che era caduto tra loro. Passò un’ultima volta il panno bagnato sulle ferite di Omar, poi lo gettò nel secondo catino, la cui acqua, dopo innumerevoli risciacqui, era divenuta purpurea. Quella vista la fece rabbrividire; guardò i segni sulle spalle e sul petto di Omar e sentì una fitta allo stomaco. Tuttavia si alzò stizzita, aggrottando la fronte e mettendo il broncio. Vedeva dai loro sguardi che desideravano discutere da soli e si sentì offesa dal loro comportamento.

- Khalil, pensa tu a bendarlo. Io ho finito – Si diresse verso l’uscita, seguita dagli sguardi attoniti dei due uomini. Si fermò un attimo, prima di alzare la stoffa e uscire dalla tenda, e si voltò a guardare Omar con disprezzo. – Il fatto che ti abbia aiutato non significa assolutamente nulla – sbottò. – Tu sei un predone, non l’ho dimenticato, e meriteresti di morire – fissò le sue ferite e strinse i pugni – Solo lascia che sia il principe Rashid a decidere la tua condanna, ma non dubitare che, quando penzolerai da una forca, io sarò in prima fila a godermi lo spettacolo – il suo sguardo si addolcì per un breve istante, per poi tornare severo e indispettito – Nel frattempo, però, cerca di restare vivo – disse, uscendo dalla tenda.

Omar e Khalil si scambiarono sguardi perplessi. Il giovane si alzò e andò a chiamare Helmi. – Controlla che nessuno si avvicini – ordinò, poi rientrò e guardò Omar che si toglieva il velo, facendo attenzione a non far cadere dell’altra sabbia sulle ferite appena pulite.

Lui si scompigliò i capelli castani e alzò lo sguardo verso l’amico, sorridendo soddisfatto. – Hai sentito cosa ha detto?

- Sì, che vuole vederti penzolare da una forca – ribatté Khalil, cominciando a bendare le ferite.

Omar rise. – Credi che potremo partire subito?

- Vuoi già metterti in marcia? Con queste ferite?

- Non voglio correre il rischio di farmi intrappolare di nuovo dagli uomini di Jabbar. Ormai l’oasi di Hadiya non deve essere lontana. Non avrei mai immaginato di dire una cosa del genere, ma prima entriamo nel Mare di Fuoco, meglio sarà. I soldati non saranno così coraggiosi da seguirci e Shadi non sarà così folle da invadere il regno della Regina delle Sabbie.

- Prima però dovrai risolvere un altro problema – disse Khalil, stringendo l’ultima benda.

Omar si alzò e stirò prudentemente le braccia. – Quale? – chiese infilandosi una camicia pulita, mordendosi il labbro inferiore per il dolore.

Khalil si rabbuiò. – Husam. Ci ha aggrediti e ha cercato di portare via Miriam.

Il volto di Omar divenne rosso per la rabbia, i suoi pugni si chiusero e tremarono per il desiderio di colpire Husam. – Ora dov’è?

- Lo abbiamo disarmato e legato – rispose Khalil. – Aspetta la tua decisione.

Omar intrecciò le dita dietro la schiena e camminò nervosamente per la tenda. – Se potessi gli avrei già fatto saltare la testa dal collo.

Khalil sorrise. – Cerca di mantenere la calma.

Il predone alzò lo sguardo, abbozzando un sorriso e i tratti del suo volto divennero più distesi, benché rimanesse serio. – Non avrei dovuto permettergli di seguirci in questo viaggio, ma pensavo che la sua abilità di guerriero ci sarebbe tornata utile. Inoltre non c’erano altri volontari.

- Cosa farai con lui?

Omar sospirò. – Per il momento nulla. Se lo lasciassimo qui potrebbe incontrasi con gli uomini di Jabbar e rivelare loro la meta e lo scopo del nostro viaggio.

- Sempre che non lo abbia già fatto – insinuò Khalil. – Prima che ci aggredisse lo abbiamo perso di vista.

- Capisco – Omar si sedette a gambe incrociate di fronte all’amico. – Legalo bello stretto alla sua sella, in modo che non possa creare altri problemi. – disse con un tono di maligna soddisfazione che fece sorridere Khalil. – Lo porteremo con noi ad Hadiya e allora deciderò cosa fare – Riprese il velo scuro e lo legò attorno al capo, coprendosi di nuovo il viso. – Ora però è meglio andare.

Helmi si ritrasse vedendoli uscire dalla tenda e abbozzò un inchino. – Mio signore, state bene?

Omar appoggiò una mano alla spalla dell’uomo, rassicurandolo. – Sì, Helmi, sto bene. Fai smontare tutto, ripartiamo appena pronti.

- Ma, Omar… – protestò Helmi, ritrovando il coraggio di guardarlo negli occhi. – Sei sicuro di riuscire a cavalcare?

- Ho detto che sto bene – ribadì il predone allontanandosi e guardando gli altri uomini che, smettendo le loro attività, si erano voltati verso di lui. Nashay gli andò incontro, fermandosi a un passo, col capo chino. – Perdonami – gli disse con un filo di voce. – È stata solo colpa mia se sei finito nei guai.

Omar scosse il capo e gli appoggiò una mano sulla spalla. – Non dire sciocchezze, ragazzo – disse Omar sorridendo. – Sei stato in gamba, invece, perché hai salvato i nostri viveri. Non è stata colpa tua, quei dannati avevano organizzato bene il loro agguato. Ti sei comportato esattamente come mi aspettavo e ora vai a controllare che tutto sia pronto per la partenza – ordinò tornando serio.

Nashay sorrise e si inchinò, correndo ad ubbidire.

- Occupati di Husam – mormorò Omar a Khalil.

Miriam gli andò incontro, guardandolo dall’alto in basso, fermandosi di fronte a lui con le mani appoggiate ai fianchi. – Non vorrai davvero ripartire subito? Non nelle tue condizioni. Sei ferito.

- Si dà il caso che sia stato curato molto bene – obbiettò l’uomo.

Lei arrossì, ma non smise di guardarlo con fermezza e, quando lui si diresse verso Uday, Miriam lo seguì, decisa a convincerlo che aveva bisogno di un po’ riposo.

Omar appoggiò una mano al collo dell’animale, che fremette di piacere. – Oh, ciao amico – gli sussurrò. – Sei stanco vero? – disse, avvicinando il viso al muso scuro del cavallo. – Dovrai avere ancora un po’ di pazienza però.

Miriam rimase a qualche passo di distanza ad osservarlo, mentre lui accarezzava la fronte ampia dell’animale e lo grattava dietro le orecchie, facendolo nitrire soddisfatto. Lei si stupì ancora una volta nel vedere con quanta dolcezza Omar parlava al suo cavallo; lo osservò mentre appoggiava la propria fronte a quella dell’animale, socchiudendo gli occhi e facendo scivolare le mani sul collo corto e possente.

- Tieni molto a Uday – gli disse.

- Uday… "che corre veloce" – disse Omar fra sé – "così potrai tornare indietro il più rapidamente possibile, quando sarà il momento" – mormorò parlando a se stesso. Strinse le mani attorno al pelo del cavallo e serrò gli occhi, come se stesse trattenendo le lacrime o forse la rabbia, poi, avvertendo lo sguardo di Miriam fisso su di sé, aprì gli occhi e si voltò per guardarla, fingendo che nulla fosse successo. – Sì, è un buon amico e un ottimo compagno di viaggio… È stato l’ultimo regalo di mio padre – rispose cupo. – Prima della mia partenza.

Miriam lo osservò di sottecchi. – Omar, tu… Dov’è la tua famiglia? – Arrossì – Voglio dire, non parli mai di te, così mi chiedevo se…

- A Ghaliya – si limitò a rispondere lui; poi notò l’imbarazzo di Miriam e le si avvicinò.

- Ed è molto numerosa? – domandò lei.

- Due zie e alcune cugine molto giovani – tagliò corto Omar.

La giovane abbassò il capo, avendo paura di irritarlo con le sue domande, ma la curiosità era più forte del timore che poteva provare di lui. – E tuo padre? Cosa fa tuo padre a Ghaliya?

Omar si immobilizzò e la guardò sbattendo le palpebre, sorpreso da quella domanda. – Mio padre è morto – rispose, riprendendo ad accarezzare Uday. – Ad ogni modo era un mercante.

- Mi dispiace – mormorò Miriam, fissando un punto indefinito sull’orizzonte.

Omar la guardò con dolcezza. – Non potevi saperlo.

Miriam rimase in silenzio per qualche istante, mentre lui si piegava per controllare le zampe del suo cavallo – In che cosa commerciava?

Omar alzò lo sguardo verso di lei con aria pensierosa. – Un po’ di tutto: gioielli, cavalli, stoffe – Guardò Miriam con severità, dandole a intendere che non gradiva quella conversazione e fece scivolare la mano lungo la zampa di Uday, schioccando la lingua per incitarlo a sollevare lo zoccolo. L’animale ubbidì senza fare storie e il predone lo ripulì dalla sabbia.

- Miriam, nella sacca della mia sella c’è un barattolo con della polvere bianca – disse, – potresti passarmelo?

Lei ubbidì prontamente e si inginocchiò di fronte a Omar per osservare quello che faceva. Lui alzò lo sguardo, incrociando l’espressione curiosa della giovane. – Guarda – le disse, indicando la parte centrale dello zoccolo. – Deve aver calpestato dei sassi e si è graffiato. Potrebbe non essere nulla, ma potrebbe anche causargli un’infezione.

- Credevo che gli zoccoli fossero resistenti – disse lei.

- Sì, ma questa parte è meno dura di quella esterna – rispose Omar, lasciando andare la zampa di Uday e sollevandosi.

Cercò nell’altra tasca della sella una ciotola, versò un po’ d’acqua e la mescolò con le dita a un po’ della povere bianca contenuta nel barattolo che Miriam gli porgeva.

- Aiutami – le disse, facendo alzare di nuovo la zampa al cavallo. Prese un po’ della poltiglia bianca e la spalmò sulla parte interna dello zoccolo.

- Che cos’è? – chiese Miriam.

- Calce – rispose Omar. – Per disinfettare e proteggere i graffi. – Alzò lo sguardo – Hai visto quei sacchetti di cuoio nella sella? Prendimene uno per favore.

Miriam fece come le era stato chiesto e Omar infilò lo zoccolo di Uday in uno di quei sacchetti, chiudendolo sulla zampa.

- Così non si riempirà di sabbia – spiegò.

Fecero la stessa operazione a tutti i quattro zoccoli, poi Omari si pulì le mani passandosele sui pantaloni e sorrise a Miriam. – Vuoi che controlli anche Siham?

Lei annuì e lo seguì in silenzio, sbirciandolo ammirata, mentre si dirigevano verso la puledra.

CAP 15

Quando raggiunsero di nuovo il gruppo dei predoni era pomeriggio inoltrato. Omar smontò da cavallo e Khalil aiutò Miriam che, per riuscire a restare in piedi, dovette appoggiarsi al giovane. Tutti si radunarono attorno a lei, preoccupati per il suo aspetto distrutto e l’evidente stanchezza che traspariva dal viso tirato. Mentre Fares, Helmi e Rani guardavano sia Miriam che Omar con aria preoccupata, ma tutto sommato tranquilla, Hamza, Fahd e Nashay si avvicinarono alla giovane tesi come archi, tendendo le mani per la paura che cadesse e chiedendole in continuazione come stava. Murad dovette intervenire per farli allontanare e permettere a Miriam di avere un po’ di respiro, ma quando i tre giovani si spostarono lei incrociò lo sguardo crudele di Husam che la fissava con un’indecifrabile sguardo, un misto di indifferenza e soddisfazione, che aggravò il suo turbamento.

- Che cosa vi è successo? – domandò Khalil, vedendo che i vestiti di Omar erano pieni di sabbia e in parte strappati.

- Un gruppo di Zini. Ci hanno attaccati – tagliò corto lui. I predoni si voltarono verso il punto da cui Miriam e Omar erano arrivati e portarono la mano ognuno alla propria arma

- Non ci hanno seguiti – li rassicurò il loro capo. – Rimontate in sella. Gli uomini di Jabbar potrebbero non essere lontani.

Miriam fece per avvicinarsi a Siham, sempre aiutata da Khalil, ma Omar la fermò trattenendola per un braccio. – No, non riusciresti nemmeno a restare in sella. Khalil ti porterà con sé.

Lei lo fissò con determinazione – Perché devo andare con Khalil? – domandò, ma Omar si allontanò ignorandola e rimontando in sella Uday e ordinando al gruppo di muoversi.

Con la schiena appoggiata al petto di Khalil e la testa adagiata sulla sua spalla Miriam si lasciava sorreggere dal giovane, che ogni tanto abbassava su di lei uno sguardo preoccupato.

- Ti hanno colpita? – le domandò.

Miriam annuì, ma non lo guardò in volto, poi osservò Omar e si voltò verso Khalil. – Hai detto che è molto bravo a raccontare storie – gli disse. – Credi che sarebbe disposto a dedicarmene una adesso?

Khalil sorrise e colpì il costato del cavallo mettendolo al piccolo trotto. – Chiediamolo direttamente a lui – rispose.

Si fermarono accanto a Omar e lui subito rallentò l’andatura, rivolgendo a Miriam una rapida occhiata apprensiva. – Cosa c’è? Va tutto bene?

Lei non potè fare a meno di sorridere dell’ansia che traspariva dalla voce del predone e si sforzò di scuotere il capo. – Sì, va tutto bene.

Khalil aggrottò la fronte e fece scorrere lo sguardo dall’uno all’altra mentre si fissavano in silenzio. – Ma che vi è successo?

- Niente – si affrettarono a rispondere entrambi, tornando a guardare ognuno di fronte a sé.

Il giovane rise divertito, guadagnandosi una inflessibile occhiata dall’amico e una leggera gomitata nello stomaco da parte di Miriam, ma visto che non si decideva a smettere anche loro si abbandonarono al riso, lasciandosi definitivamente alle spalle la brutta avventura che avevano vissuto.

- Volevo domandarti una cosa – disse Miriam quando tutti e tre ebbero smesso di ridere. – Mi racconteresti come hai incontrato Rashid la prima volta?

Omar sospirò, ma alla fine annuì e si preparò a raccontare. – È stato in un altro paese.

- Eravamo all’ovest, se non ricordo male. – aggiunse Khalil.

Omar annuì. – Sì, in un grande mercato, entrambi fermi di fronte a una bancarella di gioielli e pietre preziose – Omar sorrise divertito. – Volevamo entrambi lo stesso pendente.

Khalil annuì. – Era l’ultimo di quel tipo rimasto al venditore – disse, costringendo Miriam a spostare di nuovo lo sguardo su di lui per poi tornare rapidamente a guardare Omar.

- Rashid era determinato ad averlo e arrivò a offrire il doppio del suo prezzo. Una cifra davvero esagerata per quell’oggetto! Però io non ero meno deciso, così gli feci notare che per un uomo dall’aspetto così… – si fermò, cercando di trovare le parole giuste, – nobile ed elegante? Gli dissi questo vero Khalil?

- Oh, assolutamente sì – rispose prontamente l’amico. – E a ragione, perché giuro che non avevamo mai incontrato un giovane più…

- Magnifico – concluse Omar, – la parola giusta è magnifico.

Miriam storse il labbro, ma non interferì nei loro ricordi, così Omar proseguì il racconto. – Insomma, gli indicai parecchi altri gioielli che sarebbero stata più adatti a lui. Rashid però era ostinato quanto me e ribatté che il valore di un oggetto non sempre dipende dai materiali con cui è stato creato.

- Si lanciarono in una lunga discussione a riguardo – sospirò Khalil, – con il povero mercante che cercava di intervenire, con l’unico scopo di rifilare a uno dei due qualche oggetto più costoso del pendente a cui sembravano non voler rinunciare.

- Fu una discussione interessante – riprese Omar. − Rashid ha un’intelligenza vivace e non è stato semplice riuscire ad avere l’ultima parola, ma… – si voltò verso Miriam e Khalil, guardandoli con occhi furbi, – ti lascio immaginare chi l’ha spuntata alla fine.

- Hai avuto quel pendente – rispose lei.

Omar spostò il mantello buttato sulle spalle e frugò nella camicia, tirando fuori il gioiello che aveva legato a una lunga striscia di cuoio: era un cerchio dorato in cui era stata incastonata una pietra nera, impreziosita da dieci piccoli cerchi d’oro che si intrecciavano tra loro. Vedendolo Miriam storse le labbra. – E voi avreste discusso per un oggetto simile? Qualsiasi fabbro potrebbe fabbricarne cento, perfino un maniscalco ne sarebbe capace. Non ha nessuno valore.

Omar e Khalil risero e si scambiarono occhiate complici. – Certo che ce l’ha – obbiettò Omar. – Il dieci è il mio numero fortunato. Per questo ho voluto nove predoni con me per affrontare questo viaggio.

Lei sollevò un sopracciglio. – Ah, quindi io sarei un elemento di disturbo. Mi meraviglio che tu non sia arrivato a dire che porto sfortuna.

L’uomo sgranò gli occhi e si piegò verso di lei. – Dannazione! Hai ragione – Alzò lo sguardo verso Khalil. – Legala in sella a Siham, lasciale acqua e viveri e rispediscila immediatamente a Firdùs. Sicuramente è la sua presenza che attira tutti questi guai.

Khalil annuì con decisione e Miriam si agitò, spostando rapidamente lo sguardo tra i due uomini che sembravano assolutamente seri. – Non puoi fare una cosa del genere – protestò guardando Omar. Ma lei non aveva ancora finito di parlare che già lui era esploso in una grassa risata, a cui subito Khalil si era unito.

- Siete due imbecilli – li rimproverò Miriam, mettendo il broncio.

Omar la guardò e questa volta lei era certa che fosse assolutamente serio. – Credi davvero che potrei abbandonarti nel deserto? – lui alzò gli occhi al cielo – Povero principe Rashid, come farà con una moglie così diffidente?

Lei abbassò il capo e si voltò dalla parte opposta, mettendo il broncio. – No, non credo che mi abbandoneresti – mormorò, poi tornò a guardarlo sorridendogli. – Ma invece di invocare il tuo amato principe, perché non finisci di raccontarmi del vostro incontro?

- Ah, giusto – disse Omar, rimettendosi dritto in sella. – Dunque… Io e Khalil ce ne stavamo andando, soddisfatti devo dire, per la nostra strada, quando il tuo principe ci ha rincorsi e fermati.

- Non aveva alcuna intenzione di lasciarsi portare via l’oggetto del suo desiderio – lo incalzò Khalil.

Omar rise. – Ah, no davvero. Mi ha rivolto l’inchino più cerimonioso che io avessi mai visto e ha cominciato a snocciolare una raffica di parole incomprensibili.

- Un eloquio perfetto – commentò Khalil cercando di imitare la voce affettata del principe.

- Mi ha offerto tre volte il denaro che avevo pagato per il pendente – spiegò Omar, – ma io ho rifiutato con fermezza. Aveva acquistato ancor più valore per me, proprio perché era stato il frutto di un’interessante conquista.

Khalil guardò Miriam. – Se non si fosse divertito così tanto a punzecchiare il tuo principe forse glielo avrebbe ceduto, come ringraziamento per la bella conversazione.

Omar scosse il capo, ma dietro il velo Miriam lo sentì ridere. – Rashid non sapeva più cosa fare per convincermi, così ha cercato di commuovermi dicendo che desiderava regalarlo a una persona per lui molto importante – Omar sbirciò Miriam con la coda dell’occhio, vedendo che si stava accigliando. – Gli ho risposto che anche io volevo regalarlo a qualcuno di importante e lui… Mi ha guardato con aria stupita e si è arreso.

- Tipico di Rashid – borbottò Miriam.

Omar sorrise divertito. – Però quel ragazzo mi piaceva. Era deciso. E poi mi incuriosiva molto: che non era un uomo comune lo si capiva dai suoi modi, mi sembrava che avesse una storia da raccontare – Si voltò verso Miriam. – E poi volevo sapere della persona a cui intendeva regalare il pendente che ci aveva fatti incontrare – Sospirò. – Desideravo fare la sua conoscenza e lui sembrò leggermi nel pensiero, perché mi sorrise e ci invitò entrambi a bere del caffè in una grande caffetteria che si affacciava proprio sulla piazza centrale. Così finimmo per passare tutto il pomeriggio a parlare, a raccontarci delle nostre vite e così via.

Khalil abbassò lo sguardo su Miriam. – Credo che lo troveresti estremamente simpatico. Noi siamo stati molto bene in sua compagnia.

- Non penso proprio. Io non ho nessuna intenzione di dimenticare quello che mi ha fatto – protestò lei.

- Quando lo incontrerai, deciderai tu stessa se ho ragione oppure no – rispose Khalil.

- Quando siamo tornati, dopo la morte del sultano – continuò Omar con aria triste, – lui è venuto a cercarci per domandarci aiuto.

Miriam guardò il predone che cavalcava accanto a loro e avvertì la tristezza che stava provando. Si domandò perché il ricordo del ritorno a Rayyan lo rendesse così malinconico, ma non osò domandarglielo sapendo che, in ogni caso, non avrebbe risposto.

- Perché hai accettato di aiutarlo? – gli domandò invece.

- Perché per un periodo io e lui abbiamo viaggiato insieme – rispose Omar sorprendendola. – Non potevo negargli il mio aiuto e la mia amicizia.

Miriam rimase in silenzio, cercando di creare nella sua mente un’immagine di quest’uomo misterioso che aveva ottenuto la simpatia di Khalil e la fedeltà di Omar, anche se lei non riusciva a immaginare come questo fosse stato possibile perché nel suo cuore Rashid continuava ad essere il codardo che l’aveva abbandonata.

Lentamente, perdendosi nei suoi pensieri, si lasciò cullare dall’andatura del cavallo di Khalil e dalla voce di Omar, che si era messo a canticchiare sotto voce. Si addormentò, o almeno così credette, perché per un lunghissimo periodo non ebbe coscienza di sé né di quello che avveniva attorno a lei.

I passi che sentiva avvicinarsi rimbalzavano sulle pareti bianchissime, quasi luminose, del luogo in cui si trovava. Tutto quel candore però non la rassicurava affatto, anzi Miriam sentiva come se qualcuno avesse afferrato il suo cuore e lo stesse stringendo con una forza violenta. Si guardò attorno cercando una via di fuga, ma quel corridoio sembrava essere infinito; tuttavia cominciò a correre senza una direzione precisa, sperando di allontanarsi dai passi il cui suono si faceva sempre più nitido. Miriam si fermò, serrando i pugni, e provò a scrutare le pareti lontane desiderando vedere una macchia di colore che le permettesse di identificare il suo inseguitore. Il bianco era invadente, non c’era nulla tranne quel colore scintillante e lei si tappò le orecchie per non sentire il silenzio rumore di quei passi che si avvicinavano. Gridò, ma il suo urlo fu soffocato da uno più potente e ancora più terrificante del silenzio, perché era nero e terribile. Miriam si guardò attorno cercandone la fonte, ma non vide nulla. Ebbe una vertigine e sentì il suo corpo divenire pesantissimo e colpì con forza il pavimento in cui vedeva la sua immagine riflessa.

Si svegliò di soprassalto, con la fronte sudata e il fiato corto. Si guardò attorno, meravigliandosi di trovarsi ancora in sella insieme a Khalil, che la stava chiamando con insistenza.

- Ma che è successo? – disse.

- Sei svenuta – rispose il giovane. – Se non ti avessi tenuta saresti caduta da cavallo. È successo all’improvviso. Ti stavi risvegliando, ma invece di aprire gli occhi, ti sei afflosciata e sei diventata pallidissima. Ricordi qualcosa? Come ti senti?

Lei scosse il capo, confusa dal fatto di non ricordare nulla se non una serie di fastidiose sensazioni. Si guardò attorno senza riconoscere nulla di ciò che la circondava, ma sentendo le dita del vento sulle guance. Le bastò un attimo per capire che stava per succedere qualcosa. I cavalli, perfino Siham, che era senza cavaliere, erano più agitati del solito e anche gli uomini erano strani. I loro movimenti, sempre misurati, si erano fatti rapidi, quasi frenetici, e Miriam lesse la tensione anche negli occhi dell’impassibile Helmi, che le passò accanto senza salutarla con il consueto cenno del capo. Per la prima volta sentì Fares gridare ordini da una parte all’altra della colonna e avvertì nella sua voce il nervosismo e la rabbia per l’impotenza di fronte a ciò che presto sarebbe accaduto.

Nell’aria passò un’invisibile corrente elettrica che sembrò eccitare ancora di più uomini e animali, e anche Miriam se ne sentì pervasa. In lontananza si sentì un rumore; la distanza era solo un’illusione data dall’eco delle dune, perché in un attimo la tempesta li avvolse, piombando loro addosso e trascinando via tutto ciò che non era strettamente legato alle selle dei cavalli.

Gli uomini cavalcavano curvi e a testa bassa per contrastare il vento che soffiava senza tregua. Il cielo cambiò colore, tutto assunse un’uniforme tonalità beige, il confine tra cielo e terra sembrava essere scomparso. Miriam si sentì invadere dallo stesso vuoto che l’aveva inghiottita nel suo incubo e si aggrappò a Khalil, quasi avesse paura di essere strascinata via dal vento. Si guardò attorno cercando di riconoscere le sagome dei predoni, sforzandosi di tenere gli occhi aperti e li sentì agitarsi nel cercare di tranquillizzare le loro cavalcature che nitrivano e scalciavano, agitate dalla tempesta.

In tutto quel trambusto, solo Omar rimaneva tranquillo. Senza perdere la sua flemma, smontò da cavallo, ordinando agli altri, con un gesto della mano, di fare lo stesso; fece poi sistemare gli animali in cerchio, gli uni accanto agli altri, a ridosso di una duna, in un avvallamento protetto dalle raffiche di vento più forti, e coprì i musi degli animali con le sacche con cui venivano nutriti di granaglie.

Si avvicinò a Miriam e scambiò uno sguardo d’intesa con Khalil. Tutti gli uomini si erano coperti il volto con il velo ed era difficile riconoscerli, ma il giovane sembrava non aver dubbi sul fatto che l’uomo che invitava Miriam ad accucciarsi accanto a Siham fosse proprio l’amico, così anche Miriam si affidò completamente all’istinto del predone benché la sagoma di Omar, e ancor più il suo volto, fossero confusi nella sabbia.

- Restate qui – gridò loro per superare il rumore del vento, poi si allontanò per andare ad aiutare gli altri predoni.

Sistemata al riparo di Siham la giovane si coprì occhi e bocca con il velo, chiudendolo quanto più era possibile, confondendosi anch’essa con gli uomini attorno a lei.

La sabbia colpiva con violenza ogni centimetro di pelle libera, che bruciava e faceva male. I suoi occhi erano pieni di sabbia, ma Miriam cercò di mantenere la calma, regolando il respiro fino a rallentarlo e cercando di non badare al grido che udiva nel vento.

Non è la prima volta che mi trovo in mezzo a una tempesta, si disse, cercando di rassicurarsi, ma un tremito la attraversò, perché sapeva bene di stare ingannando se stessa. Prima di allora aveva sempre assistito allo scatenarsi improvviso delle tempeste da dietro le alte mura di un palazzo, quello di sua madre o quello di suo padre, e anche se ne aveva compreso la violenza, che spesso metteva in ginocchio intere città che venivano invase dalle dune, non l’aveva mai vissuta sulla sua pelle come in quel momento. Istintivamente allungò una mano cercando il braccio dell’uomo seduto al suo fianco e che credeva essere Khalil, ma quando alzò lo sguardo si ritrovò a fissare due pungenti occhi verdi che, sfidando il vento e la sabbia, restavano spalancati, fissi su di lei. La sorpresa di trovare Omar accanto a sé durò solo un attimo, poi cercò la sua mano e la strinse con tutta la forza che aveva.

Il sole scomparve, velato da una fitta polvere che avvolgeva ogni cosa, nessuno oggetto aveva più forma o colore, tranne gli occhi acuti e scintillanti di quell’uomo, che lei continuò a fissare, aggrappandosi ad essi, mentre tutto attorno a loro si mostrava uguale e le ombre ocra dei cavalli e degli uomini accucciati insieme a loro apparivano e scomparivano nella sabbia grigia.

- Omar! – la voce di Khalil costrinse l’uomo a sciogliersi dallo sguardo di Miriam. – Nashay è rimasto indietro con i cammelli – gridò il giovane.

Omar si alzò e si coprì la fronte con la mano per farsi scudo. Guardò la sagoma del giovane che incitava il proprio cavallo, spronandolo a continuare, mentre tirava i due cammelli che, spaventati dalla tempesta e confusi dal vento che faceva mutare forma alle cose, si rifiutavano di ubbidire alzando i lunghi colli.

- Dobbiamo aiutarlo – disse Miriam, che si era affiancata.

Il predone però abbassò su di lei uno sguardo cupo e scosse il capo. – No. Deve cavarsela da solo.

Miriam non poteva credere a quel che udiva e quasi sperò che il vento avesse deformato la voce decisa di Omar. – Ma rischia di perdersi. Se la sabbia si alzerà ancora non ci vedrà più. Non puoi lasciarlo solo in mezzo al deserto!

- È un predone, non un bambino – dichiarò Omar. –Se non ce la fa adesso, non arriverà mai neppure alla fine del nostro viaggio. Questa è la sua prova e deve farcela con le sue sole forze.

Miriam spostò lo sguardo da lui a Nashay e strinse le mani, quasi stesse pregando, mentre lo osservava smontare da cavallo e raccogliere le redini dei tre animali per poterli tirare, cercando di convincerli ad avanzare. Tutti i predoni, tranne Husam, si erano spostati in modo da osservare quello che Nashay stava facendo e lei cercò di intravedere i loro sguardi, accorgendosi che anche loro erano in ansia per le sorti del compagno, perfino Omar, che stringeva nervosamente in pugni. Sorretti da una fiducia crudele, non muovevano un dito per aiutarlo, restando immobili ad attenderlo.

Nashay era riuscito a smuovere il più anziano dei due cammelli e il secondo lo aveva seguito facendo un po’ meno storie. Se li trascinava dietro, avanzando a capo chino, ma alzando ogni tanto lo sguardo per cercare i compagni oltre il velo di sabbia che gli annebbiava la vista.

Khalil si avvicinò a Miriam e annuì soddisfatto. – Vedrai che ci raggiungerà presto.

Lei annuì, ma quando si voltò per seguire l’avanzata del giovane sentì il cuore accelerare all’impazzata. La sua angoscia fu seguita solo di poco dal grido di allarme di Rani: un Deshmodas era comparso dal nulla, come se fosse emerso dalla sabbia, e incombeva minaccioso su Nashay avvicinandosi rapidamente a lui con forti colpi d’ala che non sembravano risentire del vento tempestoso.

- Restate uniti – ordinò Omar, guardando fissò la bestia e stringendo i pugni per la rabbia di non aver compreso prima quel che stava realmente accadendo. – Questa tempesta non è naturale. Mi avete sentito? – Non attese la risposta: senza esitare, afferrò le redini di Uday, obbligando l’animale a rialzarsi. – Fares, Helmi, venite con me – ordinò.

Miriam sentì il grido della bestia nera riecheggiarle nelle orecchie e così come lei tutti i predoni si portarono le mani alle orecchie. Guardò Omar e d’istinto si aggrappò alla manica della sua camicia. – Non andare.

L’uomo la guardò fisso con i suoi profondi occhi verdi che sembravano scavarle nell’anima, poi allungò una mano e le strinse il braccio con delicatezza. – Non ti allontanare da Khalil – le ordinò. Montò in sella e spronò Uday dirigendosi verso Nashay che, accortosi del mostro che lo inseguiva, era a sua volta risalito a cavallo e cercava di allontanarsi il più rapidamente possibile.

- Cosa sono quelli? – chiese Murad, indicando alcune sagome che si distinguevano a fatica.

Rani sfoderò la spada. – Mettetevi in cerchio e preparatevi a combattere – gridò. – Sono i soldati di Jabbar.

- Come fanno a muoversi così rapidamente? – gridò Hamza, che a stento riusciva a mantenere salda la sua posizione.

- Saranno protetti da qualche magia dell’Incantatore – sibilò Murad. – Dannati bastardi.

Omar raggiunse Nashay e gli coprì le spalle da un attacco del Deshmodas, che stava planando su di lui con gli artigli pronti ad afferrarlo. Il giovane sfoderò la spada per aiutare il proprio capo, ma Omar scosse il capo. – Torna dagli altri, me ne occupo io – gridò, colpendo il posteriore del cavallo del ragazzo, che partì senza che lui potesse fermarlo.

Nashay spronò l’animale e sentì che anche i cammelli, per la paura del demone, gli correvano dietro. Cercò di avanzare nella tempesta senza perdere di vistai i propri compagni, ma due soldati apparvero dal nulla sul suo cammino e lui fu costretto a fermare bruscamente il cavallo.

- Eccone uno – disse uno dei soldati. – Facciamolo fuori.

I due soldati si lanciarono contro Nashay, che sfoderò la spada e parò i loro colpi con grande difficoltà a causa della sabbia che gli offuscava la vista; mentre gli uomini di Jabbar non sembravano affatto disturbati né dal vento né dalla sabbia e si muovevano rapidi, mentre lui faticava a distinguere i loro movimenti e riusciva a schivare le loro spade solo all’ultimo momento senza mai trovare il tempo giusto per portare un proprio attacco.

Nel frattempo anche Helmi e Fares si trovavano impegnati in uno scontro. Non avevano infatti potuto raggiungere Omar per aiutarlo perché erano stati bloccati a metà strada da un gruppo di soldati del sultano, che li aveva portati lontano dal compagno. Fares era più in difficoltà non potendo, a causa del vento, usare le sue frecce; tuttavia si difendeva dagli affondi del soldato che lo aveva sfidato. Helmi incrociò la propria spada con quella dell’uomo dal pennacchio rosso e si scoprì il viso per farsi riconoscere da Ahad. – Non ci avrai mai!

- Questo è da vedere – sibilò il soldato, parando i colpi di Helmi.

Helmi si lanciò in un affondo che sarebbe di certo andato a segno, ma la sua spada, invece di trovare il ventre di Ahad, colpì solo la sabbia sollevata dal vento. Il predone si guardò attorno, cercando il rivale e tentando di prevedere da quale direzione sarebbe arrivato il prossimo attacco, ma Ahad sembrava del tutto scomparso, come se fosse stato trascinato via dal vento. Helmi sentì le grida rabbiose di Fares, che non riusciva a colpire il proprio avversario e corse verso di lui per aiutarlo.

Un gruppo di uomini di Jabbar, intanto, si era avvicinato al resto dei predoni, accerchiandoli. Rani, Murad, Fahd e Hamza si disposero attorno ai cavalli e affrontarono i loro avversari, che apparivano e scomparivano nella sabbia.

- Dove sono? – gridò Murad.

- Qui! – rispose Rani, individuando il proprio avversario e affondando con decisione, ma trovando la lama dell’altro pronta a respingere il suo affondo.

Miriam fece per sfilare i suoi pugnali dalla cintura, pronta ad aiutarli, ma uno dei soldati sbucò all’improvviso alle sue spalle e cercò di aggredirla. Khalil si frappose tra loro, disarmandolo e calando un fendente deciso che gli squarciò il ventre.

- Dov’è Husam? – gridò, voltandosi verso Miriam per controllare che stesse bene.

Gli altri respinsero i loro avversari. Hamza tranciò di netto la testa all’uomo con cui si stava battendo e, al suo fianco, Fahd lo salvò da un colpo che lo avrebbe raggiunto al costato, mozzando la mano al soldato. Murad diede un calcio al suo rivale. Alle parole di Khalil, lui e gli altri presero a guardarsi attorno come se stessero cercando un demone. – Non lo vedo – gridò Rani.

- Neppure io – gli fece eco Murad.

Un nuovo gruppo di soldati si fece avanti, occupando i quattro predoni e cercando di allontanarli dai cavalli. Khalil invece vide un’ombra muoversi nella sabbia e si avvicinò a Miriam, alzando la spada per minacciare chiunque avesse osato avvicinarsi. Ma non bastò, perché Husam affondò un primo pugnale, che Khalil schivò all’ultimo momento, poi emerse dalla tempesta accanto a Miriam e la afferrò per le braccia, bloccandogliele dietro la schiena. Khalil puntò la spada verso di loro e strinse la presa sull’elsa. – Non fare sciocchezze Husam.

- Non fare sciocchezze Khalil – lo sbeffeggiò l’altro.

Miriam si dimenava e cercava di liberare le mani per raggiungere i pugnali, ma Husam se la tirò vicina impedendole quasi di respirare. – Stai buona.

Khalil si guardò attorno sperando di poter contare sull’aiuto dei compagni, ma ormai riusciva solo a sentire il clangore delle loro armi contro quelle dei soldati, perché erano stati inghiottiti dalla tempesta.

Il giovane scambiò una rapida occhiata con Miriam e annuì. – Cosa vuoi farne di lei?

- Come ho detto, quando c’è qualcosa che mi piace sono abitato a prendermela – rispose Husam. – Specie se posso ottenere qualcosa in cambio.

Khalil approfittò dell’attimo di compiacimento di Husam e si scagliò contro di lui, pronto a colpire. Miriam sentì che Husam si preparava a spostarsi sulla sinistra e colpì con violenza il suo piede, impedendogli di sfuggire all’attacco di Khalil. L’uomo ringhiò e fu costretto a lasciarla andare per poter schivare e parare gli attacchi. Khalil lo mise alle strette, con una rapida serie di affondi e parate, evitando abilmente i pugnali dell’altro, poi guardò Miriam e avanzò di un passo. Husam arretrò e lei non dovette far altro che tendere una gamba perché l’uomo inciampasse. Khalil gli puntò la lama alla gola inchiodandolo al suolo, mentre con i piedi allontanava dalle sue mani i pugnali.

- Miriam prendi le corde nella borsa della mia sella e legalo stretto – disse alla giovane. – Quando Omar tornerà deciderà che cosa fare di te, traditore.

Khalil e Miriam si assicurarono che Husam non potesse liberarsi e fuggire, poi si guardarono attorno sorridendo, vedendo che Murad, Rani, Fahd e Hamza tornavano vincitori dai loro scontri. Anche Nashay si stava finalmente avvicinando con i cavalli, dopo aver affrontato e superato i soldati che gli avevano impedito il passaggio.

Gli uomini di Jabbar si allontanavano, lasciando il luogo dello scontro, e Miriam guardò l’orizzonte senza però riuscire a distinguere né la sagoma di Omar, né quelle di Helmi e Fares. Fu l’urlo del Deshmodas a indicare ai predoni la posizione del loro capo: Omar stava ancora tenendo testa al mostro, che si avventava continuamente su di lui, ma d’improvviso fu sbalzato da cavallo da un potente colpo di coda del demone e Miriam trattenne il fiato, ricordando il terrore provato quando lei stessa era stata aggredita da uno di quei mostri evocati da Shadi.

Non riuscirono a vedere chiaramente ciò che accadde nei momenti successivi: il Deshmodas planò verso la conca tra le dune in cui Omar era caduto e il vento si placò, per poi rialzarsi quando l’animale riprese quota strillando e portando un corpo umano tra gli artigli.

Khalil dovette usare tutta la sua forza per impedire a Miriam di montare in sella a Siham per andare ad aiutarlo. Lei era come impazzita e lo guardò con un’espressione quasi selvaggia, colpendolo al petto. Ma il Deshmodas gridò ancora e Miriam si voltò seguendo il suo volto, mentre il mostro si allontanava portando via Omar. Vide il corpo di Omar muoversi e la certezza che fosse ancora vivo, ma completamente inerme tra gli artigli del demone, la fece rabbrividire di orrore. Lo chiamò con tutta la voce che aveva e Khalil fu costretto a trattenerla di nuovo per non lasciarla allontanare dal gruppo.

Non appena il Deshmodas si fu allontanato la tempesta calò subito d’intensità per poi scomparire completamente. Attorno a loro non restava che il consueto panorama di dune infinite e nessuna traccia né del mostro né dei soldati, neppure dei corpi di quelli che i predoni avevano ucciso.

Tutti si misero in allarme quando videro due sagome scure avvicinarsi, ma Rani ripose la sua spada nel fodero e si scoprì il volto rassicurando sia i giovani predoni che Miriam. Fares e Helmi stavano tornando al galoppo verso i compagni e, quando li raggiunsero, guardarono con aria incerta i loro volti tesi.

- Che è successo? – domandò Fares. – Stavamo combattendo con i soldati, ma all’improvviso si sono dati alla fuga.

Helmi fece scorrere il suo sguardo su ognuno dei predoni, aggrottando la fronte quando notò che Husam era legato, per poi indugiare su Miriam, che piangeva, disperata come una bambina, tra le braccia di Khalil.

- Dov’è Omar? – domandò l’uomo rivolgendosi a tutti, ma obbligando Khalil ad alzare lo sguardo su di lui.

I predoni non risposero. Alcuni tennero il capo chino per nascondere le loro espressioni sconfitte, altri strinsero i pugni cercando di trattenere la rabbia e la frustrazione. Solo Miriam, allontanandosi da Khalil, ebbe la forza di guardare Helmi negli occhi e mostrargli il proprio viso addolorato. – Il Deshmodas lo ha preso – rispose. – Dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo restarcene qui. Helmi, ti prego, era ancora vivo, dobbiamo andare a salvarlo.

Il volto di Helmi era privo di espressione. – Che direzione ha preso?

Miriam indicò dritto di fronte a sé e Khalil annuì, ma Fares divenne pallido in volto e Helmi scosse il capo sospirando.

- Dannazione! – sbottò Fares. – Sicuramente lo avranno portato in uno dei castelli che Jabbar ha fatto costruire per costringere i mercanti a pagare le tasse di passaggio.

- Anche se lo avesse portato in quello più vicino a noi, il nostro gruppo è troppo poco numeroso per portare un attacco a una fortezza del sultano – proseguì Helmi, – specie se sorvegliata da uno dei mostri dell’Incantatore.

Miriam sgranò gli occhi, incredula. – E quindi lo volete abbandonare? Ma è il vostro capo, non potete lasciarlo solo in questo modo.

Non si sarebbe mai aspettata una reazione simile da parte di Helmi, né da parte degli altri predoni che, scoraggiati, non sembravano voler obbiettare alle giuste argomentazioni di Helmi. L’uomo però non era realmente indifferente alla sorte dell’amico, tutt’altro: Helmi era profondamente scosso, ma celava tutte le sue emozioni dietro un’apparente distacco. Si sentiva invece responsabile per non essere riuscito a dare al suo capo l’appoggio di cui aveva bisogno e avvertiva tutto il peso dell’aver fallito nel proteggerlo. Guardando il volto di Miriam segnato dalle lacrime a Helmi sembrava di guardarsi in uno specchio in grado di mostrare il tormento che agitava il suo imperturbabile cuore in quel momento. Per questo sfuggì gli occhi accesi di amarezza della giovane, perché la delusione che leggeva in essi era la stessa che lui provava verso se stesso.

Khalil comprendeva il dolore che stava agitando l’animo di Helmi, lui stesso si maledisse per non essere stato al fianco dell’amico quando il Deshmodas lo aveva abbattuto, ma non poteva credere che Omar si fosse lasciato catturare tanto facilmente, anche se ad attaccarlo era stato un demone di Shadi. – Miriam ha ragione – disse, – dobbiamo andare a cercarlo. Helmi, che cosa hai intenzione di fare?

L’uomo annuì. – Non ho alcuna intenzione di abbandonarlo. Sai benissimo che non lo farei.

Gli altri alzarono lo sguardo verso Helmi, riconoscendo in lui la loro guida in quel momento.

Rincuorata dagli sguardi di intesa che Helmi e Khalil si scambiarono e dal rinnovato spirito che pervase tutti i predoni, Miriam si avvicinò all’uomo per cercare di infondergli coraggio. – Era vivo – gli disse. – Forse è riuscito a liberarsi, può darsi che non siano riusciti a portarlo molto lontano.

L’uomo le sorrise dolcemente, prendendole una mano. – Allora io e Fares andremo a cercarlo – dichiarò. – Voi non muovetevi di qui.

Miriam lo trattenne. – Voglio venire con voi!

Fahd e Hamza si avvicinarono. – Anche noi!

- Sì, anche io – dichiarò Nashay, che si sentiva responsabile per quel che era accaduto e non smetteva di tormentarsi le mani guardando il punto indicato da Miriam, dove il Deshmodas era scomparso con Omar.

- Voi resterete qui invece – ordinò Helmi e i ragazzi abbassarono lo sguardo annuendo.

Fares scosse il capo, avvicinandosi a Miriam. – È troppo pericoloso. Resta qui anche tu. I soldati di Jabbar e le bestie di Shadi potrebbero essere ancora nei paraggi.

Lei però non aveva alcuna intenzione di lasciarsi scoraggiare. – Khalil verrà con me.

Il giovane, anche se preso alla sprovvista, annuì con prontezza. – Sì, la accompagnerò io. Così voi potrete seguire le tracce dei soldati e verificare che non lo abbiano preso, mentre noi lo cercheremo in una zona meno ampia, nella speranza che Miriam abbia ragione e Omar sia davvero riuscito a liberarsi.

Helmi rimase in silenzio a guardare entrambi per qualche istante, poi si strinse nelle spalle. – D’accordo.